Quando ho scoperto che Nanni Moretti stava girando per la prima volta un film da una sceneggiatura non originale mi sono precipitato ad acquistare il libro incriminato (Tre piani di Eshkol Nevo) e l’ho letto. Mi è piaciuto e ho avuto l’impressione di capire perché Moretti avesse scelto di farne un film.

Purtroppo però il risultato è bruttino. Intanto gli attori: continuo ad avere la solita idea di Scamarcio; anche qui, come ovunque l’abbia già visto, ha sempre il ghigno di uno che lavori di malavoglia nel negozio di ferramenta del padre. Di Margherita Buy invece direi solo cose buone, anche se ormai appare così a suo agio nei personaggi che lottano sull’orlo della disperazione che non mi sorprende più: anzi, forse quasi m’annoia. Per quanto riguarda il Moretti attore, beh, resta goffo e adorabile: quando recita sembra voler spiegare a un attore immaginario come vorrebbe che desse le battute.

L’assurdo è che il libro di Nevo è sostanzialmente morettiano, mentre il film di Moretti lo appare assai meno. Mi chiedo come mai. E mi domando che effetto mi avrebbe fatto leggere una sceneggiatura originale di Moretti prima di aver visto il relativo film: chi sa se mi sarebbe sembrata sua. Non so se c’è un modo per misurare la distanza tra intenzione e rappresentazione, e neanche so dire se quella distanza esista. Carmelo Bene direbbe certamente di no: che non esiste perché il cinema è piatto. Fatto sta che sia il libro che il film vomitano un’abbagliante, artica tristezza che sembra venire di lontano. Solo che per mano di Nevo la storia è straziante, mentre il film – ahimè – è uno strazio.

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