Tre metri quadri. Il carcere spiegato bene

Tre metri quadri, il libro nel quale Alessandro Capriccioli ha raccontato quattro anni di visite in carcere da Consigliere regionale del Lazio, è uscito nelle librerie negli stessi giorni in cui Sky ha iniziato a trasmettere “Il Re”, una serie ambientata in un carcere gestito in modo particolarmente autoritario dal suo direttore.

Mi è capitato, quindi, di trascorrere alcune serate passando dalla lettura del libro alla visione della serie. E mi ha colpito molto il fatto che la serie non si avvicini neanche lontanamente al pugno nello stomaco che si riceve dalla lettura delle pagine di Capriccioli. Questo avviene nonostante il libro sia scritto in modo delicato e gentile. Trasferendo sensazioni che l’autore ha provato in visite nelle carceri che – si percepisce – sono state eseguite in punta di piedi. Senza alcuna cessione neanche millimetrica alla tentazione narrativa di uno scabroso voyeurismo.

Entrambe le esperienze, il libro e la serie, confermano l’immagine della “discarica sociale” cui sono ridotti gli istituti di pena nel nostro Paese. Ma il libro rende molto più chiaro quanto la popolazione carceraria sia composta in massima parte da esistenze disperate e inconcluse, forse inconcludibili.

Il carcere è una soluzione?

Appare chiaro che continuare a pensare alla pratica afflittiva della detenzione come a una soluzione sia semplicemente assurdo. La bolgia della galera è infatti il luogo in cui si manifestano i saldi di epocali fallimenti sociali e civili. E se anche si volesse essere cinici oltre ogni pudore non potrebbe comunque sfuggire che la soluzione non può essere nascondere i “rifiuti” della società, quanto invece evitare in ogni modo possibile di produrne.
Capriccioli, nel corso della presentazione di Tre metri quadri cui ho potuto assistere nella sede di Radicali Roma, ha definito un limite pratico del suo libro. E questo consisterebbe nel fatto che nulla possa rendere compiutamente l’idea di cosa sia il carcere: bisogna andare a vedere per capire, ha detto. E probabilmente è proprio così. Questo nulla toglie però all’importanza delle pagine che ha scritto e a quel lavoro di umanità, prima ancora che di buona politica, che il libro riassume. Il libro di Capriccioli è un piccolo schiaffetto che prova a scuoterci nel tepore delle nostre “tiepide case”, nella assuefazione a una normalità che sceglie di non vedere cosa avviene dall’altra parte del muro.

Servisse a qualcosa il carcere, almeno così com’è, potremmo tirare una riga in fondo a un bieco calcolo e metterci l’anima in pace. Ma il fatto è che non serve. Non serve.

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