Odiare Piperno, amare Piperno

Porto sul cazzo Alessandro Piperno dal 2005. Da quando, nel dettaglio, sono rimasto infognato nel suo primo romanzo, “Con le peggiori intenzioni”. Un libro deflagrante, tagliente, ma monco sotto alcuni aspetti. Tuttavia in grado di spezzarmi letteralmente in due. Boh, forse ero già ben piegato all’età in cui l’ho letto, e quelle pagine hanno solo allargato le crepe di una stagione facendo filtrare la luce di un’altra.
In tutti questi anni ho allevato con dedizione il cattivo sentimento nei confronti di questo autore. Amandone la scrittura, disprezzandone la vacuità, negando a me stesso che si trattasse di banalissima invidia. Non me lo chiedete: questo è un punto irrisolto.
Ad ogni modo, di prova in prova, mi sono trovato nel 2016 a fare i conti con un libro infelice, semplicemente deludente: “Dove la storia finisce”. Non ho mai riletto i suoi precedenti e ho creduto allora in una mia allucinazione, di quelle che ti fanno apparire belle certe cose che in realtà si salvano solo grazie alla lente deformata dei ricordi.
Avevo smesso di seguirlo. Non cercavo notizie o interviste e ho snobbato qualche saggio nel modo peggiore: comprando e ignorando. Poi, un paio di settimane fa, mi sono imbattuto nell’uscita di un nuovo romanzo, “Di chi è la colpa”. Me lo sono procurato e ho iniziato a leggerlo con la furia indagatrice di un correttore di bozze: a caccia di patetici stratagemmi e passi falsi.

Piperno è in effetti rimasto incapace di far accadere le cose. Nei suoi romanzi, e anche in questo, i fatti precipitano sempre come calzini da un balcone. Uno qui, uno lì: spaiati e in disperata ansia di ritrovarsi.

La posa da romanzo vittoriano nasconde bene quello che oggettivamente è un limite, ma apre uno spazio sterminato ai personaggi. Non accadono le cose in questo romanzo ma sono le persone ad “accadere” e la vicenda finisce spinta in un angolo, a produrre mera circostanza.

La consapevolezza di poter dire qualsiasi cosa, anche niente, ma in modo perfetto è ormai la sua cifra assoluta. Ancora una volta fa parlare a lungo un ragazzino complicato e rimuginante: un protagonista svolto in prima persona che sembra esporsi ora a nome del piccolo Fauntleroy di Hodgson, ora del caustico Caulfield di Salinger, e a tratti del serissimo Luciano Perozzi. – Sai cos’ha? Non ride mai. –

Se ne serve, Piperno, per rimestare nell’ammiccante marciume di un’impostura ciclica e generazionale, ma anche per dimostrare come niente possa rendere giustizia al fascino dell’ebraismo quanto la riottosità di un giovane ebreo che se ne freghi di esserlo.
Il risultato è un romanzo levigatissimo, sottilmente ambiguo, di una scrittura precisa al limite dello stordente. Va bene: di impune bellezza.
Ho temuto, alle prese con le ultime quaranta pagine, che qualcosa di inappropriato accadesse, che ci fosse la stronzata finale. Per fortuna non c’era. Solo una lunga coda, anche troppo professionale, di frequenze riannodate in un plastico tentativo di uscirsene.
E in qualche modo ne esce. Lui.
Io lo odio ancora.
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